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Alla ricerca della lingua più difficile del mondo [Parte II]

[Traduzione da The EconomistParte I]

Donne, fuoco e cose pericolose

Al di fuori dell'Europa le cose diventano più complicate. Il genere, ad esempio. Twain scherzava sempre sul genere nella lingua tedesca dimostrando che nella maggior parte delle lingue spesso ha poco a che fare con il sesso fisico. Il "genere" è legato al "tipo", e significa semplicemente un gruppo di sostantivi concentrati insieme per scopi grammaticali. I linguisti parlano invece di "classi nominali", che possono avere a che fare con forma o dimensione, o se il sostantivo è animato, ma spesso le regole sono difficili da vedere. George Lakoff, linguista, descrisse in maniera memorabile una classe nominale della lingua Dyirbal (parlato nell’Australia nord-orientale): "donne, fuoco e cose pericolose". Quando i generi sono idiosincratici, sono difficili da imparare. La lingua bora, parlata in Perù, ne ha più di 350.

Le lingue agglutinanti - che incasellano molti frammenti di significato in singole parole - sono una fonte di fascino per coloro che non le parlano. I linguisti definiscono singole unità di significato, come "albero" o "in-", morfemi, e alcuni legami linguistici li tengono insieme obbligatoriamente. Il curioso "antidisestablishmentarianism" in inglese, ha sette morfemi (“anti”, “dis”, “establish”, “-ment”, “-ari””-an” and “-ism”).  È insolito in inglese, mentre è comune in lingue come il turco. I turchi coniano frasi fantasiose come ad esempio “Çekoslovakyalilastiramadiklarimizdanmissiniz". Significa: “Eri una di quelle persone che non abbiamo potuto trasformare in un cecoslovacco" Ma Ilker Aytürk, linguista, offre un esempio reale: "Evlerindemisçesine rahattilar". Supponendo di aver appena avuto ospiti che hanno lasciato casino, queste due parole significano "Erano così spensierati da pensare di essere a casa loro."

Sì, noi (ma non tu) possiamo

Questa proliferazione di casi, generi e agglutinamenti , tuttavia, sono fenomeni molteplici che si riscontrano nelle lingue europee. Una lingua davvero impressionante è quella che costringerebbe un parlante inglese a pensare ad un aspetto della frase che altrimenti ignorerebbe. Prendiamo la parola “noi”. In kwaio, lingua parlata sulle Isole Salomone, “noi” ha due forme: “io e te” e “io e qualcun altro (ma non tu)”. Inoltre, la lingua non ha solamente il singolare e il plurale, ma anche il duale e il paucale. Mentre in inglese abbiamo solo “we”, in kwaio abbiamo “noi due”, “alcuni di noi” e “molti di noi”. Ognuna ha due forme, una inclusiva (“noi, te compreso) e una esclusiva. Non è difficile immaginare situazioni in cui bisognerebbe usare orribili distinzioni così esplicite. Anche la lingua berik, parlata in Nuova Guinea, ha bisogno di codificare informazioni che parlanti inglesi non codificherebbero. I verbi hanno desinenze fisse che indicano in che parte del giorno si svolge l’azione: telbener significa “[lui] beve la sera”. Quando i verbi  implicano un oggetto, ha desinenze che indicano le loro dimensioni: kitobana significa “dare tre grandi oggetti ad un uomo all’alba”. Alcune desinenze dei verbi esprimono persino il luogo in cui l’azione si svolge  in relazione al parlante: gwerantenasignifica “mettere un grosso oggetto in un posto in basso nelle vicinanze”. La lingua ndali, parte delle lingue bantu, ha caratteristiche simili. Una persona non può dire semplicemente che una cosa sta succedendo; la desinenza mostra se sta avvenendo proprio adesso, stamattina presto, ieri o l’altro ieri. Il futuro funziona allo stesso modo.

In linguistica è in atto un acceso dibattito tra quelli, come Noam Chomsky, che pensano che tutte le lingue funzionano più o meno allo stesso modo nel cervello e quelli che pensano non sia così. Quest’ultima ipotesi è stata avanzata da Benjamin Lee Whorf, un linguista americano dei primi anni del XX secolo, il quale sosteneva che diverse lingue condizionano o vincolano il modo di pensare della nostra mente.

L’ipotesi di Sapir-Whorf è stata criticata per anni, ma c’è stato un ripensamento. Lera Boroditsky della Stanford University, ad esempio, si focalizza sui Kuuk Thaayorre, aborigeni dell'Australia settentrionale, i quali non possiedono termini per indicare "sinistra" o "destra", al loro posto utilizzano direzioni precise come "nord" e "sud-est" (ad esempio, "Hai una formica sulla gamba sud-ovest"). Boroditsky afferma che ogni bambino Kuuk Thaayorre sa da che parte si trova il sud-est in un preciso momento, mentre una stanza piena di professori di Stanford, se gli venisse chiesto di indicare rapidamente il sud-est, tirerebbero ad indovinare. Il saluto standard per i Kuuk Thayoorre è "dove vai?", e la risposta è qualcosa come "a nord-nord-est, una media distanza." Non sapendo dove si trovano le direzioni, fa notare la Boroditsky, un occidentale non potrebbe andare oltre il "Ciao". Gli universalisti ribattono che i nuovi seguaci di questa teoria stanno trovando superficiali caratteristiche della lingua molto banali: la teoria secondo cui la lingua restringe veramente il modo di pensare non è ancora stata provata.

The winner is…

Avendo raccolto tutte queste informazioni, qual è la lingua più difficile? A conti fatti, noi diremmo il tuyuca, dell’Amazonia orientale. Ha un sistema fonetico con consonanti semplici alcune vocali nasali, quindi non è difficile parlarlo come l’Ubykh o !Xóõ. Come il turco, è molto agglutinante, quindi una parola come hóabãsiriga significa “Non so proprio come scrivere”. Come il kwaio, ha due parole per indicare il “noi”, inclusivo ed esclusivo. Le classi nominali (generi) nella famiglia delle lingue tuyucan (compresi i parenti linguistici vicini) sono state stimate tra 50 e 140. Alcuni sono rari, come “corteccia che non si attacca stretta all’albero”, che può essere esteso a cose come pantaloni larghi, o al compensato bagnato che comincia a staccarsi. La cosa più affascinante è che possiede una caratteristica che farebbe tremare qualsiasi giornalista. Il tuyuca per i verbi richiede una desinenza che dimostra come l'oratore sa l’argomento che sta trattando. Diga ape-wi significa che "il ragazzo ha giocato a calcio (lo so perché l'ho visto)", mentre Diga ape-Hiyi significa "il ragazzo ha giocato a calcio (presumo)". L’inglese è in grado di fornire tali informazioni, ma il tuyuca deve avere obbligatoriamente una o l’altra desinenza nel verbo. Le lingue probatorie costringono i parlanti a riflettere su come hanno imparato quello che dicono di sapere.

 

I linguisti si chiedono precisamente come il linguaggio funzioni nel cervello, e esempi come quelli evidenziati per il tuyuca sono la loro materia prima. Potrebbe essere trovato molto di più, ma solo poche centinaia delle 6.000 lingue del mondo sono stati ampiamente mappate, e i nuovi metodi sarebbero difficili da applicare. Eppure molte sono parlate da poche centinaia di persone. Meno di 1.000 persone parlano tuyuca. L’ubykh morì nel 1992. La metà delle lingue di oggi potrebbero sparire nell’arco di un secolo. I linguisti fanno a gara per imparare quello che possono prima che le forze della modernizzazione e della globalizzazione uccidano le lingue più strane.

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